
del mio nuovo libro.
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La signora delle pantofole rosa”
L’ho incontrata in un corridoio silenzioso dell’ospedale, mentre camminavo tra porte chiuse e rumori ovattati. Era seduta su una sedia a rotelle, con un lenzuolo avvolto alle ginocchia e un paio di pantofole rosa, così vivaci da sembrare fuori luogo nella luce bluastra della stanza. Erano decorate con piccoli coniglietti, come se lei volesse portare un sorriso nel grigiore delle pareti. I suoi occhi azzurri erano profondi, calmi, eppure carichi di una tenerezza antica. Mi ha sorriso con quella saggezza che appartiene solo a chi ha attraversato molte stagioni della vita.
“Le metto tutte le mattine,” mi ha detto con voce roca, “per ricordarmi che, anche se ho paura, posso ancora trovare un motivo per sorridere.” Le mani, segnate da anni di fatiche e di partenze, tremavano leggermente. Ma quando mi ha parlato del marito morto di tumore, dei figli lontani, del suo corpo che stava cedendo, la voce non ha tremato. Era una voce che sapeva di pietra e di rugiada insieme.
Mi ha raccontato i giorni passati tra infusioni, esami, e attese infinite. Ho ascoltato i suoi silenzi, i sospiri, ho visto nei suoi occhi il desiderio non di guarire, ma di essere accompagnata. “Io a Dio non lo chiedo di guarirmi,” ha sussurrato avvicinandosi. “Gli chiedo solo di tenermi la mano fino all’ultimo.” E io ho capito che per lei la fede non era un contratto, ma un abbraccio silenzioso.
Quando sono uscito dalla stanza, fuori erano arrivate medicine, urla, nuovi ingressi. Ma avevo le lacrime agli occhi e una lezione incisa dentro: la vera forza non è quella che resiste ai colpi, ma quella che ti permette di restituire tenerezza a chi non può più piegarsi da solo.
“Non serve avere forza per vivere davvero. Serve avere tenerezza nel cuore per non spezzarti.”
Arrivava sempre in anticipo. Non cinque minuti. Mezz’ora buona. Sempre. Come se la chiesa fosse il suo posto sicuro, e il tempo lì dentro scorresse in un altro modo. Si sedeva sempre in terza fila, lato sinistro. Quello vicino alla statua di Sant’Antonio, “perché almeno lui capisce cosa vuol dire perdere le cose”, diceva. E ogni volta tirava fuori dalla borsa un rosario talmente vissuto che aveva più nodi che grani, più nastri rattoppati che fili interi.
“È benedetto, eh!” annunciava con orgoglio a chiunque lo guardasse con perplessità. “Anche se è storto come me.”
Si chiamava Maria, aveva ottantadue anni, e una fede che somigliava a lei: imperfetta, acciaccata, ma vera. Pregava come si respira, senza sforzo. Ma la cosa più bella era il suo modo di parlare con Dio. Non pregava nel senso classico del termine. Conversava. E non con un Dio lontano, onnipotente e astratto. No. Parlava con Gesù, con la Madonna, con Sant’Antonio… come fossero amici di lunga data.
Un giorno la sentii bisbigliare durante l’adorazione: “Lo so che hai perso Gesù bambino, Sant’Antonio. Ma almeno le chiavi di casa fammele trovare!” Rimasi fermo, stupito. Lei si voltò, mi vide, e senza scomporsi aggiunse: “Padre, se un santo ha perso il Figlio di Dio… figurati noi poveri cristiani con le chiavi!”
Era impossibile non volerle bene.
Un altro giorno, durante una funzione, le cadde il rosario. Rimbalzò tra i banchi e rotolò fin sotto la sedia di un bambino. Lui lo raccolse e disse: “Ma questo è tutto rotto!”
E lei, sorridendo, rispose: “Come me, amore mio. Ma funziona ancora.”
In quella risposta c’era una teologia che nessun libro riusciva a spiegare così bene. Era tutto lì: la fede che resiste, anche se logora; la vita che continua, anche se ferita; la bellezza dell’imperfezione, che non toglie valore ma lo aumenta.
Col tempo Maria ha cominciato a venire sempre meno. Prima una bronchite, poi qualche ricovero, poi la difficoltà a camminare. Ma non si è mai persa del tutto. La sua presenza restava nei racconti delle altre signore, nei bambini che la cercavano per le caramelle, nel posto vuoto in terza fila con la statua di Sant’Antonio sempre ben spolverata.
Qualche settimana fa sono andato a trovarla in casa di riposo. Sul comodino, accanto a una cornice con la foto del marito e una bottiglia d’acqua mezza vuota, c’era ancora quel rosario. Sempre storto. Sempre pieno di nodi. Sempre suo.
Mi ha detto, con voce bassa e occhi un po’ stanchi:
“Ogni mattina lo prendo in mano. Non riesco più a dire tutte le Ave Maria a voce… ma le penso una a una. E secondo me il Signore capisce anche così.”
Poi ha sorriso, come fanno le nonne quando vogliono alleggerire il momento, e ha aggiunto:
“Ci sentiamo dopo, Gesù… adesso inizia Un Posto al Sole.”
Quando sono uscito, ho capito che certe persone non passano. Restano.
Nelle parole, nei gesti, nelle risate che scaldano anche gli inverni più lunghi.
E ho pensato che forse anche la fede è così: non è fatta di perfezione, di parole dette bene o di formule imparate. È fatta di presenze. Di attese. Di sorrisi.
E anche di rosari rotti.
“Ci sono fedi che non fanno rumore. Ma ti tengono in piedi. Anche quando tutto dentro sembra cadere.”
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