
del mio nuovo libro.
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La signora delle pantofole rosa”
L’ho incontrata in un corridoio silenzioso dell’ospedale, mentre camminavo tra porte chiuse e rumori ovattati. Era seduta su una sedia a rotelle, con un lenzuolo avvolto alle ginocchia e un paio di pantofole rosa, così vivaci da sembrare fuori luogo nella luce bluastra della stanza. Erano decorate con piccoli coniglietti, come se lei volesse portare un sorriso nel grigiore delle pareti. I suoi occhi azzurri erano profondi, calmi, eppure carichi di una tenerezza antica. Mi ha sorriso con quella saggezza che appartiene solo a chi ha attraversato molte stagioni della vita.
“Le metto tutte le mattine,” mi ha detto con voce roca, “per ricordarmi che, anche se ho paura, posso ancora trovare un motivo per sorridere.” Le mani, segnate da anni di fatiche e di partenze, tremavano leggermente. Ma quando mi ha parlato del marito morto di tumore, dei figli lontani, del suo corpo che stava cedendo, la voce non ha tremato. Era una voce che sapeva di pietra e di rugiada insieme.
Mi ha raccontato i giorni passati tra infusioni, esami, e attese infinite. Ho ascoltato i suoi silenzi, i sospiri, ho visto nei suoi occhi il desiderio non di guarire, ma di essere accompagnata. “Io a Dio non lo chiedo di guarirmi,” ha sussurrato avvicinandosi. “Gli chiedo solo di tenermi la mano fino all’ultimo.” E io ho capito che per lei la fede non era un contratto, ma un abbraccio silenzioso.
Quando sono uscito dalla stanza, fuori erano arrivate medicine, urla, nuovi ingressi. Ma avevo le lacrime agli occhi e una lezione incisa dentro: la vera forza non è quella che resiste ai colpi, ma quella che ti permette di restituire tenerezza a chi non può più piegarsi da solo.
“Non serve avere forza per vivere davvero. Serve avere tenerezza nel cuore per non spezzarti.”
l ragazzo col giubbotto rotto”
Lo trovai in una piazza di periferia, a tarda sera. Era appoggiato a una panchina, il cappuccio tirato su, lo sguardo abbassato. Il giubbotto che indossava era malconcio, senza braccia, con la zip rotta: come se avesse combattuto mille battaglie senza uscirne vittorioso. Lessi nella sua postura un peso che andava ben oltre la stanchezza fisica: portava addosso un destino che non aveva scelto
Mi avvicinai lentamente e gli chiesi se stava bene. Non rispose subito; il suo silenzio era pesante ma non ostile, quasi stanco di esistere. Quando gli domandai cosa stesse cercando, la sua risposta fu feroce nella sua semplicità:
“Un posto dove nessuno mi guardi come se fossi sbagliato.”
Aveva appena diciassette anni. Instanti che raccontavano una vita vissuta a scappare, a nascondersi, a non sentirsi degno di esserci. Straniero nel mondo, sconosciuto persino a se stesso. Gli offrii un tè caldo, che tenevo in una tazza di plastica. Lui accettò con un cenno.
Non parlava molto. Eppure, mentre il vapore saliva e la notte sembrava inginocchiarsi intorno, qualcosa si sciolse. Mi guardò negli occhi, per la prima volta, e disse:
“Credo che se qualcuno mi ascoltasse davvero, forse smetterei di avere paura.”
Nel silenzio che seguì, capii che Dio arrivava così, non con grandi discorsi, non con miracoli rumorosi, ma in due mani tese, in un tè offerto, in qualcuno che sceglie di restare, di guardare senza giudicare e di dire: “Sei visto. Non sei solo.”
Quando me ne andai, lasciai lì la tazza usata, con dentro un po’ di tè freddo. Non so se quel ragazzo ha trovato altrove la sua casa. Ma so che, in quella notte silenziosa, qualcuno gli ha detto che c’era qualcuno pronto ad aspettarlo, a raccoglierne la richiesta di esistere.
“Talvolta, Dio entra in una panchina condivisa e in uno sguardo che non indaga, ma accoglie.”
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